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7 settembre 2016 daniele

Quanti siamo?

Il requisito dimensionale delle Piccole Imprese alla luce del D. Lgs 23/2015.

L’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, L. 300/1970, ha introdotto nel mondo del lavoro una particolare tutela per i lavoratori impiegati in aziende di medie o grandi dimensioni, la c.d. tutela reale, la quale prevede la reintegra nel posto di lavoro dei dipendenti illegittimamente licenziati dai datori con un numero di dipendenti superiore a 15, o 5 nel caso in cui si tratti di impresa agricola.

Tale forma di tutela è stata ripresa anche dall’art. 3 comma 2 del D. Lgs 23/2015 che, in caso di licenziamento per giustificato motivo soggettivo o per giusta causa, qualora sia dimostrato in giudizio l’insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore, permette al Giudice di annullare il licenziamento e condannare il datore di lavoro alla reintegrazione del lavoratore (tutela reale) e al pagamento di un’indennità risarcitoria (tutela obbligatoria).

Tuttavia, nei confronti dei c.d. “piccoli datori di lavoro” che non superino la soglia dimensionale di 15 dipendenti, vige, in caso di condanna, la sola tutela obbligatoria e sul punto l’art. 9 del D.Lgs 4 marzo 2015 n. 23 precisa che “l’ammontare delle indennità e dell’importo previsto dall’art. 3 comma 1, dall’art. 4 comma 1 e dall’art. 6 comma 1, è dimezzato e non può superare il limite di 6 mensilità”.

Da ciò ne consegue che, il computo dei limiti dimensionali assume rilevante importanza e consente di delineare quale tipologia di obbligo possa sorgere in capo al Datore di Lavoro nel caso di licenziamento illegittimo.

La domanda che sorge spontanea è quindi “Quanti siamo?”. Ai fini del calcolo (che consisterà in una media occupazionale relativa all’anno precedente rispetto alla data di licenziamento del dipendente) occorrerà tenere conto del numero di dipendenti presenti in ciascuna unità produttiva.

E cosa si intende per “unità produttiva”?

L’unità produttiva si identifica con la sede legale, gli stabilimenti, le filiali e i laboratori distaccati dalla sede, che abbiano una organizzazione autonoma (intesa quest’ultima come autonomia strutturale, amministrativa e funzionale) e quindi siano in grado di svolgere attività idonee alla realizzazione dell’intero ciclo produttivo o una sua fase completa, unitamente alla presenza di lavoratori in forza in via continuativa.

Non sono dunque da ricomprendere né considerare come unità produttive autonome i cosiddetti cantieri temporanei di lavoro, quali, ad esempio, quelli per l’esecuzione di lavori edili di breve durata e/o per l’installazione di impianti.

Oltre a prendere in riferimento l’unità produttiva e i lavoratori in essa impiegati, occorrerà verificare il rispetto del requisito dimensionale all’interno del Comune: difatti, nel caso in cui il limite dimensionale non sia stato raggiunto nell’unità produttiva ove si è verificato il licenziamento, il regime della tutela reale opererà comunque se il Datore di Lavoro ha più di 15 lavoratori nell’ambito dello stesso comune.

Quali lavoratori dipendenti rientrano nel computo?

  • I lavoratori con contratto di formazione e lavoro;
  • I lavoratori a tempo indeterminato anche parziale, per la quota di orario di lavoro effettivamente svolta.
  • I contratti a termine, per il cui computo ci si basa si basa sul numero medio mensile di lavoratori a tempo determinato impiegati negli ultimi 2 anni, sulla base dell’effettiva durata dei loro rapporti di lavoro.

Non saranno presi in considerazione, invece, il coniuge o i parenti del datore di lavoro entro il secondo grado in linea retta e collaterale e gli apprendisti.

Pertanto e in conclusione, un breve spunto di riflessione per coloro che si cimenteranno sui calcoli intorno alla media occupazionale della propria azienda può essere fornito dalla Corte di Cassazione (Sentenza n. 23771/2013) la quale ha affermato che una media occupazionale pari a 15,11 dipendenti equivale a superamento della soglia prevista dalla normativa, non essendo necessario raggiungere una media di 16 unità.

Non si tratta di calcoli agevoli e giurisprudenza e dottrina non sono limpide, esaustive e concordi nell’interpretazione di tale requisito.

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Genny Benelli

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